Confessioni di un editore

Quando, diciotto anni fa, ho lasciato il mio posto in banca ed ho intrapreso questa nuova attività, molti mi hanno chiesto perché creare proprio una casa editrice, visto che già ce ne sono tante in Italia, grandi e piccole, e visto an­che che quello librario è un settore in crisi.

Il libro è un oggetto strano, è qualcosa che dà piacere, a leggerlo, a toccarlo, a vederlo, ti insegna qualcosa, ti ricorda qualcosa, ti fa compa­gnia, sempre: chi vede nel libro tutto ciò, non ha bisogno di chiederti perché vuoi stampare libri in un periodo così critico.
Dopo essere stato ac­canito lettore ed appassionato scrittore, non mi rimaneva altro che fare l’editore, e l’ho fatto. Non mi piango addosso se dico che stampare libri non è facile, oggi più di allora; tutti gli ostacoli che si frappon­gono alla riuscita di un libro, però, scompaiono d’incanto quando si ritirano le copie fresche di stampa, quando si annusa l’odore dell’inchio­stro e della carta, quando pagine ancora mai lette ti scivolano fra le dita.
Ogni libro che nasce porta dietro di sé una scia di queste sensazioni fisiche, alle quali si uniscono le varie vicende umane che hanno pre­ceduto la nascita del libro stesso e che spesso portano al nascere di un rapporto di amicizia con l’autore. Forse è proprio questo il bello di una casa editrice come “Penne & Papiri”: il rappor­to diretto fra artigiano della penna ed artigiano del libro (o del papiro), senza i filtri di segreta­rie occhialute e lunghe attese in anticamere ste­rili.
Spero di poter continuare a lungo su questa strada.

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